Firestone Walker e Duvel conquistano Stone Brewing
Wine New #6 - Il craft beer americano cambia direzione
Le notizie della settimana
Duvel Moortgat acquisisce Stone Brewing da Sapporo — Firestone Walker e Duvel USA rilevano uno dei brand più iconici del craft americano: nasce un gruppo da quasi 900.000 barili annui
Bordeaux 2025 en primeur: giugno decisivo dopo un maggio a singhiozzo — Lafleur si declassa a “Vin de France”, Cheval Blanc segna la sua annata più piccola dal 1961. I buyer attendono segnali sul pricing
Nomisma al vino italiano: servono nuovi mercati e consumatori — Calo delle esportazioni e disaffezione dei giovani impongono una revisione radicale delle strategie di export
Diageo porta Ritual Zero Proof nel formato RTD — Tre cocktail analcolici pronti da bere (Margarita, G&T, Spritz) a $13,99 per 4-pack: l’analcolico entra nel grande retail americano
I vigneti della Borgogna segnano prezzi record nel 2025 — La terra dei grand cru sfida la crisi globale del vino: investitori internazionali e scarsità fondiaria tengono le quotazioni ai massimi storici
Duvel Moortgat acquisisce Stone Brewing: il nuovo gigante della birra artigianale
Il mercato della birra artigianale americana cambia ancora pelle. Firestone Walker e Duvel Moortgat USA hanno formalizzato l’acquisizione di Stone Brewing, uno dei brand più iconici e controversi dell’intero movimento craft USA, ceduto da Sapporo Holdings che lo aveva rilevato nel 2022. Si chiude così una parentesi giapponese durata appena quattro anni, che non era riuscita a traghettare il marchio californiano verso una nuova fase di crescita.
Stone Brewing era nata a Escondido, California, nel 1996, diventando rapidamente il simbolo di un certo approccio militante alla birra artigianale: luppolatura aggressiva, comunicazione provocatoria, rifiuto esplicito del mainstream. La vendita a Sapporo aveva fatto discutere proprio perché aveva privato il marchio dello status di “independent brewery” certificato dalla Brewers Association, allontanando una parte della sua base più fedele.
Con Duvel Moortgat — gruppo belga già proprietario di Firestone Walker, Boulevard e Dogfish Head — Stone entra in una costellazione di brand artigianali di alta qualità, dove la filosofia produttiva indipendente viene preservata pur all’interno di strutture distributive di scala industriale. La produzione migrerà ai birrifici di Paso Robles, California, e Kansas City, Missouri, portando la capacità complessiva del gruppo a quasi 900.000 barili annui.
L’operazione non è solo una questione di volumi. Stone porta in dote una riconoscibilità globale, una rete di retail e taproom consolidata e soprattutto un posizionamento premium che si sposa perfettamente con il portfolio Duvel. La chiusura dell’accordo è attesa entro la fine del secondo trimestre 2026 — potenzialmente imminente al momento di questa newsletter — e potrebbe ridisegnare gli equilibri nel craft beer americano in un momento in cui i volumi generali del settore sono in calo.
Fonti: Beer Street Journal, The Drink Business, San Diego Beer News
Bordeaux 2025 en primeur: campagna in salita
La stagione delle en primeur bordolesi del 2025 si avvia verso il suo atto finale di giugno con il bilancio di un maggio complicato. Le uscite delle principali châteaux si sono susseguite in modo disomogeneo, alternando segnali incoraggianti a momenti di stallo che hanno tenuto i buyer internazionali in una posizione di attesa prudente.
Tra i momenti più attesi della campagna spicca il rilascio di Pétrus, accompagnato dalla decisione di Lafleur di classificare la sua annata 2025 come “Vin de France” anziché come Pomerol AOC — una scelta rarissima, quasi senza precedenti per un domaine di questo livello, che segnala probabilmente una posizione critica del produttore rispetto ai disciplinari o alle aspettative di prezzo del mercato. Cheval Blanc, dall’altra parte, ha confermato la sua annata 2025 come la più piccola in produzione dal 1961, fattore che influirà sia sulla disponibilità che sulla dinamica dei prezzi.
Il contesto generale della campagna en primeur 2025 è quello di un mercato ancora alle prese con le conseguenze del difficile ciclo 2022–2024, caratterizzato da prezzi alti, scorte pregresse invendute e una domanda dei buyer che si è fatta più selettiva. Gli acquirenti istituzionali — négociants, importatori, fondi di investimento — mostrano interesse selettivo, privilegiando i top châteaux con track record solido e penalizzando le denominazioni minori.
La finestra di giugno sarà decisiva per capire se la campagna riuscirà a chiudersi con un bilancio positivo o se andrà ad aggiungersi alla lista delle annate en primeur che non hanno saputo raccogliere l’entusiasmo del mercato. Gli osservatori guardano in particolare alle scelte di pricing: un abbassamento deciso dei prezzi rispetto al 2024 potrebbe rilanciare la domanda e restituire attrattività a uno strumento di acquisto che negli ultimi anni ha perso parte del suo fascino.
Fonti: Decanter
Vino italiano: secondo Nomisma serve una nuova geografia dell’export
Il segnale è chiaro e non può essere ignorato. Nomisma Wine Monitor lancia un avvertimento preciso: il modello di export italiano del vino ha bisogno di essere ripensato, sia in termini di mercati di destinazione che di fasce generazionali da presidiare. Il rallentamento delle esportazioni — con un calo del valore che pesa su cantine di ogni dimensione — rende urgente una revisione delle priorità strategiche.
Il problema non è solo congiunturale. Dietro i numeri c’è una questione strutturale: il vino italiano ha storicamente dipeso da pochi mercati consolidati — USA, Germania, Svizzera, Canada — che oggi mostrano tutti segnali di saturazione o di contrazione della domanda. L’americano che comprava Pinot Grigio per abitudine sta invecchiando senza che sia stata costruita una pipeline di nuovi consumatori. I mercati asiatici, a lungo indicati come alternativa, stanno deludendo le aspettative con una domanda ancora fragile e un tessuto distributivo costoso da presidiare.
Sul fronte generazionale, il nodo è ancora più evidente: i Millennial e la Gen Z non si avvicinano al vino con la stessa naturalezza delle generazioni precedenti. Preferiscono esperienze beveragistiche più immediate, meno codificate, meno legate alla liturgia della bottiglia. Per le cantine italiane questo significa dover comunicare in modo radicalmente diverso, investire in formati alternativi — bag-in-box, cans, referenze entry-level — e costruire una narrativa d’origine più accessibile senza tradire la qualità.
Nomisma non dipinge solo un quadro critico: indica anche le opportunità. I mercati emergenti del Sud-Est Asiatico, dell’Africa anglofona e dell’America Latina mostrano una classe media crescente con propensione al consumo di vini di qualità. L’Italia ha tutto il capitale di immagine per posizionarsi su questi fronti, ma serve un coordinamento tra produttori, consorzi e istituzioni che ancora fatica a esprimersi con la necessaria coerenza.
Fonti: Nomisma, WineMeridian,
Diageo e Ritual Zero Proof: l’analcolico pronto da bere conquista gli scaffali
Il segmento no-alcohol ha trovato il suo prossimo protagonista nel grande retail. Diageo ha annunciato l’espansione del suo brand Ritual Zero Proof nel formato RTD portando sugli scaffali americani tre referenze di cocktail analcolici confezionati: una Margarita, un Gin & Tonic e uno Spritz. Si tratta di un passo significativo per il più grande gruppo spirits al mondo, che scommette sulla crescita strutturale del bere consapevole.
Ritual Zero Proof non è un’operazione improvvisata. Il brand esiste già nel canale retail con una linea di spirit alternatives — alternative analcoliche al tequila, al gin, al whiskey americano — che ha trovato un suo pubblico tra i consumatori che riducono l’alcol ma non vogliono rinunciare al rituale del cocktail. Il passaggio al formato RTD abbatte ulteriormente le barriere d’accesso: niente miscelazione, niente attrezzatura, niente bartender. Solo lattina, ghiaccio e bicchiere.
Il posizionamento di prezzo è strategicamente accessibile: 13,99 dollari per un 4-pack da 12 once colloca il prodotto in una fascia competitiva con i cocktail RTD alcolici, eliminando la percezione che l’analcolico debba costare meno. Questo dettaglio è importante: uno dei freni all’adozione del no-alcohol da parte dei consumatori è la percezione di un’esperienza “di serie B”. Un prezzo allineato al mercato alcolico contribuisce a ridefinire questa narrativa.
Per Diageo, l’operazione si inserisce in una strategia globale di diversificazione che negli ultimi anni ha prodotto anche Guinness 0.0% e Gordon’s 0.0% Gin. Il gruppo britannico guarda al segmento no-and-low come a una delle poche categorie beveragistiche in crescita strutturale nei mercati occidentali, posizionandosi con anticipo rispetto a una domanda che tutti gli analisti prevedono in espansione fino alla fine del decennio.
Fonti: Just Drinks, Yahoo! Finance
I vigneti della Borgogna sfidano la crisi: prezzi record nel 2025
Mentre il mercato del vino globale arranca tra cali volumetrici, inflazione e consumatori sempre più prudenti, c’è un mercato che sembra ignorare le leggi della gravità economica: quello dei vigneti in Borgogna. I dati relativi al 2025 confermano che i prezzi della terra hanno segnato nuovi record storici, con alcune parcelle nei grand cru che hanno raggiunto quotazioni mai viste prima.
Il fenomeno non è nuovo, ma il fatto che si sia confermato anche nel 2025 racconta qualcosa di specifico sulla natura di questo mercato. I vigneti borgognoni non sono solo asset agricoli: sono strumenti di investimento alternativi, riserve di valore, simboli di status per una clientela internazionale che ragiona in ottica di lungo periodo e vede nella terra di Gevrey-Chambertin o di Vosne-Romanée qualcosa di più simile a un’opera d’arte che a un campo coltivato.
La domanda proviene da investitori internazionali — fondi patrimoniali, family office, imprenditori asiatici ed europei — che continuano ad acquistare parcelle nonostante i rendimenti immediati siano modesti rispetto al capitale investito. Il premio di scarsità gioca un ruolo fondamentale: le appellazioni più prestigiose della Côte d’Or non possono essere estese, e ogni parcella che cambia mano è per definizione unica.
Il rovescio della medaglia è che questa dinamica rende l’accesso al mercato borgognone sempre più elitario. I giovani vigneron che vogliono avviare o ampliare una domaine si trovano di fronte a barriere d’ingresso economiche proibitive, con il rischio concreto che la proprietà fondiaria si concentri progressivamente nelle mani di grandi capitali finanziari piuttosto che di famiglie vitivinicole indipendenti.

