Shampanskoye non è Champagne

Шампанское - это не шампанское

Photo by Tristan Gassert on Unsplash

Ciao!

come potete vedere da titolo e sottotitolo di questa newsletter, l’argomento odierno riguarda lo Champagne, la Russia e la Francia, naturalmente.

Un riepilogo della vicenda è presto detto: una legge fatta approvare da Putin venerdì 2 luglio prevede che i vini spumanti importati in Russia devono aggiungere la dicitura ‘Sparkling Wine’, in etichetta o in retro. Solo lo spumante prodotto localmente può avere la dicitura Shampanskoye, ossia Champagne.

Ad essere sincero, tutta la vicenda è stata un po’ modificata dall’informazione nostrana, visto che non viene impedito allo spumante francese di entrare in Russia con la scritta Champagne, ma c’è solo l’obbligo di aggiungere quella scritta.

È chiaro che solo lo spumante metodo classico prodotto nella regione di Champagne può chiamarsi Champagne, visto che è una denominazione geografica. Analogamente con il Franciacorta, il formaggio Roquefort, lo Scottish Whisky. Ed in realtà nessuno ha mai chiesto di togliere la scritta Champagne. Certo, dover aggiungere agli spumanti importati la dicitura ‘Vino spumante’ che invece non è obbligatoria per quelli prodotti localmente, sembra un po’ un’offesa. E i Francesi, giustamente orgogliosi del loro prodotto di punta, se la sono presa parecchio. Voi immaginate se succedesse una cosa del genere al Chianti, ricordiamoci le levate di scudi su Prosecco e Tokai.

In Russia si produceva, fino al 1989, il Sovetskoye Shampanskoye, letteralmente Champagne Sovietico, prodotto principalmente con aligoté e chardonnay. Roba da poco, tanta produzione ma qualità minima, tre sole settimane di lavorazione. I Russi, chi se lo poteva permettere naturalmente, sono da sempre stati grandi appassionati di Champagne, Veuve Cliquot deve a loro la sua popolarità e la sua fortuna. Ho fatto due episodi dedicati alla storia della vedova Cliquot, cercateli direttamente qui oppure su Spotify o iTunes.

Attualmente l’unico vino spumante prodotto in Russia proviene dalla regione di Abrau-Dyurso, vicino al lago Abrau. La cantina locale è la Abrau-Durso, fondata nel 1870 dallo zar Alessandro II ed in pratica è l’equivalente di uno dei nostri consorzi; nel 2020 ha prodotto 5,8 milioni di bottiglie di spumante, o meglio di Shampanskoye. I prezzi medi vanno da 8 a 15€.

A differenza di quello che si è letto in giro (ad esempio qui oppure qui), la legge proposta da Putin non impedisce allo spumante francese di chiamarsi Champagne, ma obbliga solamente di aggiungere la dicitura “sparkling wine”, mentre lo spumante russo non avrà questo obbligo. Questo è stato ribadito da Fredrik Erixon, presidente dell’ECIPE, il Centro Europeo per la politica economica internazionale:

La nuova legge russa non impedisce ai produttori francesi di usare l’etichetta Champagne, e nemmeno nega che esista una denominazione Champagne che è unica della regione francese. (dall’intervista a CNBC)

Le consegne di Champagne verso la Russia sono state immediatamente fermate con una dichiarazione piuttosto dura dei produttori francesi:

Privare gli abitanti di Champagne del diritto di usare il loro nome è scandaloso. È la nostra comune eredità, e la luce dei nostri occhi. Il nome Champagne è protetto in oltre 120 nazioni (Maxime Toubart e Jean-Marie Barillére, co-presidenti del Comitato dello Champagne, intervista a The Guardian)

Una presa di posizione che però è durata un paio di giorni, visto che già lunedì Moet-Hennessy ha informato che avrebbe ripreso le consegne appena messi in regola con le etichette.

Per adesso il vero problema è proprio questo, cambiare le etichette alle forniture già ordinate, e questo potrà creare ritardi nelle consegne non indifferenti, naturalmente a tutto vantaggio dello spumante locale.

L’associazione dei produttori francesi di Champagne sta nonostante tutto facendo buon viso a cattivo gioco; la Russia importa 500.000 ettolitri di spumante, ed il 13% di questi sono Champagne, che equivalgono più o meno a 320 milioni di €, un prezzo medio attorno ai 50€/litro

Moet-Hennessy, il più importante produttore di Champagne e proprietario anche di Veuve Cliquot e Dom Perignon, ha una quota del 2% di questa cifra; domenica 4 luglio annunciavano di voler fermare tutte le esportazioni verso la Russia, ma già il lunedì 5 la decisione era di modificare le etichette con l’aggiunta della scritta Sparkling Wine nella retroetichetta.

Il presidente della cantina Abrau-Durso è Boris Titov, già segretario del Partito della Crescita che nel 2018 si presentò alle elezioni vinte per la seconda volta da Vladimir Putin. A Radio France Internationale, Titov ha dichiarato che la sua cantina non ha vini spumanti che possono essere chiamati ‘champagne’, quindi spera che la questione si possa risolvere in breve tempo. E comunque, ha aggiunto, loro devono proteggere i vini russi all’interno de mercato domestico.

I più smaliziati commentatori (in pratica Le Monde), hanno lanciato l’ipotesi che questa norma voglia favorire i progetti di espansione di Yuri Kovalchuk, il miliardario amico di Putin che possiede un paio di aziende vinicole nella penisola della Crimea, annessa nel 2014 dopo averla presa all’Ucraina. E proprio l’invasione dell’Ucraina ha spinto la UE ad imporre un embargo su alcuni prodotti verso la Russia. Insomma come ultimamente accade la politica e l’economia internazionale passano per il vino.

Vedremo come andrà a finire, ma credo che come sempre prevarrà la quantità di soldi di fatturato annuo dell’export di Champagne in Russia. Sarà però importante capire come interverrà l'a UE per dirimere la questione. Le denominazioni geografiche sono prese molto sul serio, qui da noi, e dunque il principio di difendere determinate etichette dovrebbe essere ribadito con forza. In Italia abbiamo tante denominazioni geografiche, dal Chianti al Prosecco, per fare un esempio, o Prosciutto di Parma e Parmigiano Reggiano.